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da "la Repubblica" del 22 giugno 2005, pagina XIX della sezione di Milano
Compie vent'anni il locale di Verghera di Samarate, fucina di tanti nuovi talenti comici. Lo racconta Giacomo Poretti
"Eravamo tre amici al Caffè Teatro quel giorno siamo diventati Trio"
Luigi Bolognini
Finisce che tutti citano sempre il Derby, il mitico Derby di Cochi e Renato, Abatantuono e Boldi, oppure lo Zelig, il mitico Zelig di Paolo Rossi e Claudio Bisio. E alla fine uno si dimentica della terza storica fucina di talenti cabarettisti milanesi, il Caffè Teatro di Verghera di Samarate (non lontano dalla Malpensa), che compie proprio in questi giorni 20 anni. E li celebra con una serie di spettacoli a cui parteciperanno molti degli artisti che qui misero piede per poi essere lanciati nella comicità che conta anche a livello nazionale, come Aldo Giovanni e Giacomo, Ale e Franz, Maurizio Milani, Flavio Oreglio, Bove e Limardi, Max Pisu, Stefano Chiodaroli, Leonardo Manera. Cinque serate: la prima, domani con Ale e Franz, è già un tutto esaurito, poi il 27 e il 30 giugno e il 3 e 5 luglio. Esaurita anche la serata del 27, nella quale tornerà al Caffè Teatro un trio che proprio qui si formò, quello di Aldo, Giovanni e Giacomo. E' con Giacomo Poretti che parliamo per farci raccontare cos'è stato, e cos'è, il Caffè Teatro.
Dunque siete nati qui? "Parliamo del 1990 suppergiù. Aldo e Giovanni già lavoravano assieme. Io ero reduce dal duo Hansel e Strudel con Marina Massironi. Poi ci eravamo divisi, e da un annetto mi ero praticamente accampato qui. Decidemmo di metterci assieme in un trio, spinti anche dalla disperazione di Maurizio Castiglioni, fondatore del locale".
In che senso? "Il Caffè Teatro di domenica era deserto. Maurizio ce lo affidò praticamente chiavi in mano e ci disse di fare quello che volevamo che l'incasso sarebbe stato nostro, mentre lui si sarebbe accontentato delle consumazioni. Così nacque questo trio, che inizialmente chiamammo "Gallina vecchia fa buon Brothers", con un gioco di parole vergognoso. Il debutto fu nel nostro stile".
Cioè un successone? "Non esattamente: mi ruppi una gamba alla vigilia e dovemmo rimandare di una settimana. La domenica seguente recitai in carrozzina, e ci inventammo il gioco della ruota della fortuna con una ruota della mia sedia. Da lì partì il delirio: inventavamo di tutto, improvvisando sempre. Avevamo solo un canovaccio, il resto era fantasia pura".
Insomma, avete creato lì il vostro repertorio? "Non esagero se dico che il 70% delle cose che poi abbiamo fatto le abbiamo pensate lì. Solo l'esordio era sempre uguale: ogni domenica pomeriggio andavamo da un rigattiere e compravamo per pochi soldi un enorme sacco di vestiti usati e li indossavamo. Poi entravamo in scena sulle note di "Pride" degli U2 e facevamo i rockettari. Solo che, invasati di spirito musicale, chiudevamo strappandoci i vestiti di dosso. E ci facevamo malissimo, anche se erano stracciati. Il pubblico restava attonito".
Ma vi seguiva? "Altroché. In due mesi da una trentina di persone passammo al tutto esaurito. Fu da lì che capimmo che avremmo potuto avere un futuro professionale. Ma il merito di tutto quello che è stato, del passaggio a Zelig, della tv, del cinema, per onestà è di Castiglioni e della sua intuizione".
Questo locale non ha lanciato solo voi, ma anche tanti altri comici, da Milani ad Ale e Franz: cos'aveva e cos'ha, di particolare? "Anzitutto credo che conti il fatto di non essere a Milano città, sotto i riflettori. Poi la calma con cui si può lavorare: il pubblico è competente e appassionato, e capisce se stai crescendo, ti lascia provare, sperimentare. Ammetto |
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